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LA MOGLIE CONSEGNATA (preview)


di Membro VIP di Annunci69.it Himeros78
21.12.2025    |    6.533    |    8 9.3
"Era il silenzio tipico dei momenti che devono sedimentare, quel tempo necessario perché la mente impari ciò che il corpo ha già capito..."
Era stata lei a cercarmi.
Una mail scarna, tre righe appena, ma ogni parola era tagliata come un’ostia: piccola, pura e tremante.
Mi spiegava che il marito avrebbe guardato senza intervenire; cercavano un uomo che sapesse occupare lo spazio come si occupa un altare, con la calma feroce di chi è abituato a farsi seguire.
Avevo sorriso leggendo. Quel minimalismo era il contrario del pudore: era la confessione nuda di un desiderio che lei stessa ancora non aveva il coraggio di chiamare desiderio.
Prima di suonare al portone, rimasi fermo per un secondo. Il cielo era grigio come una promessa non mantenuta.
Ascoltai il mio respiro cambiare ritmo, quel battito leggero che conosco bene: la tensione che precede l’ingresso in un territorio privato. Le coppie sono un santuario fragile, o entri con rispetto o fai crollare tutto.
Suonai e fu lui ad aprire. Aveva un volto pulito, quasi gentile e un sorriso educato che però non riusciva a nascondere l’agitazione.
Sembrava un uomo che sta per affidare la cosa più preziosa che ha e, nello stesso istante, prova sollievo e paura. Mi strinse la mano e la lasciò andare subito, come se bruciasse.
Il salotto era ordinato, luci basse, tende socchiuse. Profumava di caffè e di qualcosa di dolce e appena tostato, come se avessero cercato di rendere l’atmosfera familiare mentre dentro bruciava un incendio.
Poi lei comparve.
Il vassoio tra le mani tremava leggermente. Minuta, sì, ma ogni curva sembrava una protesta contro quel corpo piccolo. Il vestitino era leggero, quasi inconsistente, tanto sottile da sembrare un sussurro sulla pelle. I piedi nudi sul parquet: dettagli che raccontavano già un’intimità disarmata. La luce le accarezzava le spalle, scivolava lungo le clavicole e si perdeva tra i seni che la stoffa non riusciva veramente a contenere.
Posò il vassoio sul tavolo e servì le tazzine. Prima lui, poi me, poi sé stessa: un rito esatto. Ogni gesto era misurato e trattenuto, come se sapesse che il minimo tremito l’avrebbe tradita.
Parlammo per qualche minuto: frasi leggere, risate che cercavano di essere normali, ma si spezzavano in piccoli colpi di tosse d’emozione.
Lei non riusciva a tenere fermo lo sguardo: fuggiva da quello del marito, ma tornava sempre nel mio come una calamita.
Fu allora che presi il controllo, in modo naturale, senza un gesto brusco, solo con la mia voce.
«Siediti sul divano.»
Lei obbedì. Si mise composta, con il vestitino che scivolava dalle cosce fino a scoprire un po’ troppo. Le mani, chiuse tra le gambe, in quella posa infantile che diventa sacrilega quando la vedi su una donna che sta per arrendersi al proprio desiderio.
Mi voltai verso lui.
«Baciale la bocca. Voglio vederla arrossire per me.»
Obbedì d’istinto: non come uno schiavo, non come un servo, ma come un marito che riconosce una liturgia più grande di lui.
Le prese il mento, la avvicinò e le loro labbra si incontrarono.
Non era un bacio meccanico: era un bacio di appartenenza.
La lingua entrò lenta e lei tremò, i polsi stretti, il respiro che si fermava come una corda che viene tirata troppo.
Io rimasi immobile, a guardare. Era una scena intima, delicata, spogliata di qualunque morale. Il loro amore era lì, a pochi centimetri da me e io stavo entrando dentro quel patto senza romperlo.
«Adesso… tirale fuori le tette.»
Lui non ebbe bisogno di parole: le infilò la mano nella scollatura.
Lei trattenne il fiato, poi gemette piano.
I suoi seni uscirono dal tessuto come se aspettassero quell’ordine da anni: pieni, tesi, pronti, i capezzoli duri già dalla vergogna.
Io sorrisi, non perché fosse pornografico, ma perché era vero.
Mi alzai: la cintura si slacciò con un suono secco, il rumore che dà il via a qualcosa che non torna più indietro.
«Guidala verso di me.»
Lui posò la mano sulla nuca di lei, lo fece con delicatezza, come se stesse toccando una reliquia. Lei avanzò carponi, lentamente, la schiena arcuata, i seni che oscillavano in un ritmo ipnotico.
Quando mi prese in bocca, lo fece con una devozione che non avevo previsto. Lenta, profonda, come se stesse imparando la mia forma, il mio odore, il mio sapore. La sua lingua era morbida, precisa e ogni tanto i suoi occhi si alzavano verso i miei, lucidi, feriti dal desiderio.
Poi la presi per i fianchi e la portai dove volevo io. Il vestitino cadde al suolo in silenzio. La sua pelle era calda, liscia, odorava di donna agitata, di sapone al miele, di qualcosa che mi fece pulsare più forte.
La penetrai mentre lei era ancora inginocchiata. Entrai in lei come si entra in una stanza lasciata troppo tempo chiusa: un colpo d’aria, un gemito, un tremito nella schiena.
Il marito guardava, non distoglieva lo sguardo nemmeno un secondo.
La sua mano era nei pantaloni, ma non c’era vergogna: solo dolore e devozione.
La girai, la piegai, la aprii. Usai il suo corpo come strumento e lei rispondeva a ogni mio comando come una sinfonia perfetta.
La carne, in quei momenti, diventa linguaggio, diventa verità.
Ogni tanto lui si avvicinava e la baciava e lei gli restituiva quel bacio con una fame nuova, come se fare l’amore con me le avesse risvegliato un pezzo di sé che non sapeva neanche di avere.
A un certo punto gli disse, quasi piangendo:
«Sto godendo…»
Quelle due parole ebbero su di lui l’effetto di una fucilata.
Fu la resa totale: il crollo.
Io la presi da dietro, più forte, mentre il suo volto era vicinissimo a quello del marito. Lei venne in un grido che spaccò l’aria.
Le gambe cedettero, le mani cercarono qualcosa da afferrare e trovarono me.
Lui venne subito dopo, scosso, tremante, la mano che non mollava la sua.
E io… io esplosi un attimo dopo. Fiotti caldi che le colpirono la schiena, le natiche, scivolando lungo i fianchi fino alle lenzuola del divano.
Un marchio, un sigillo.
La stanza odorava di pelle, di sudore, di caffè ancora caldo, di un desiderio che nessuno dei tre avrebbe potuto spiegare senza mutilarlo.
Era successo e non era solo sesso: era un passaggio, una porta aperta, una resa condivisa.
Passarono tre giorni, non le avevo scritto, né lei aveva scritto a me.
Era il silenzio tipico dei momenti che devono sedimentare, quel tempo necessario perché la mente impari ciò che il corpo ha già capito.
Poi, una mattina, mentre stavo lavorando, vibrò il telefono.
Aprii il messaggio: era breve. Sempre lei, sempre essenziale, ma c’era un’altra musica sotto, un tono che non aveva il pudore della prima volta.
«Ci sono donne che giocano con te?»
Era una domanda che spalancava stanze nuove, un varco insospettabile.
Aspettai qualche secondo prima di rispondere: volevo sentire sulla pelle il peso di quella domanda. Volevo immaginare il suo dito fermo sul cellulare, il labbro inferiore tra i denti, lo sguardo che si chiede se ha osato troppo.
Le scrissi:
«Mi vedo con qualcuna, perché lo chiedi?»
Rispose pochi secondi dopo, come se stesse guardando il telefono da minuti:
«Mi piacerebbe… vederne una con te.»
Non con noi, non per mio marito, non un’altra donna nel gioco: con te.
Mi sembrò una dichiarazione, non un invito: un’affermazione di desiderio che mutava la geometria del nostro triangolo.
Le risposi:
«Vuoi guardare? O vuoi partecipare?»
Questa volta ci mise più tempo, quasi un minuto, poi un messaggio, uno solo, ma bastò a cambiare la temperatura dell’aria attorno a me:
«Non lo so ancora, ma so che voglio sentirti parlare mentre lo fai.»
Un brivido, netto: una donna che chiede parole mentre guarda un’altra prendere il tuo sesso, una donna che ha fatto un passo oltre il senso di colpa, oltre il ruolo di moglie consegnata, una donna che sta diventando la propria creatura.
All’improvviso arrivò il secondo messaggio:
«Lui non lo sa, non ancora.»
E capii che lei non stava aprendo il gioco: stava riscrivendo ciò che avevano costruito, cercando un proprio rituale, uno spazio della sua carne che non apparteneva a nessuno, nemmeno a lui.
Era un nuovo capitolo, una deviazione sul tema, un’intimità segreta.
La moglie consegnata… non era più consegnata.

Li invitai qualche giorno dopo con un messaggio semplice:
«Venite da me questa sera, entrambi.»
Quando aprii la porta, entrarono in silenzio: lei vestita di scuro, quasi protetta, lui un passo dietro, come sempre.
Li guidai nel salone senza dire una parola. Le luci erano basse, calde; l’odore era un misto di legno, incenso leggero e pelle.
E lì, al centro della stanza, la videro.
Una donna legata alla croce di Sant’Andrea, polsi e caviglie bloccati, braccia aperte, gambe divaricate. Non potevano vedere davvero le sue forme, perché il corpo era coperto solo da un velo bianco, sottilissimo, che lasciava intravedere la pelle, le curve, la tensione. Un fantasma di carne, un’offerta.
Lei rimase immobile e lui trattenne il fiato.
Indicai due poltrone poste di fronte alla croce.
«Sedetevi.»
Obbedirono senza discutere: avevano capito che quella sera non erano ospiti, erano spettatori.
Mi avvicinai alla donna legata: il velo si muoveva appena con il suo respiro. Era viva, consapevole, eccitata. Passai la mano tra i suoi capelli, le sussurrai qualcosa all’orecchio. Lei chiuse gli occhi, come se quelle parole fossero una chiave.
Poi presi in mano la frusta...

Tratto da "Gocce di Peccato - Perle di Donna" di Himeros M.
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